EGERT
PANO AL XX FESTIVAL DELLA CANZONE ARBËRESH
L’albanese,
perfettamente integrato nel nuovo tessuto sociale
SPEZZANO
ALBANESE - Si è tenuto lo scorso 18 agosto a San Demetrio Corone,
l’ormai tradizionale appuntamento del festival della canzone arbëreshe
giunto alla sua XX edizione. La manifestazione canora è diventata ormai
un appuntamento stabile nel panorama delle attività estive di San
Demetrio. Anche quest’anno la gara ha avuto un grande successo di
pubblico e di critica.
In
tutti questi anni il festival della canzone arbëreshe di San Demetrio
Corone, ha rappresentato un indubbio valore sia dal punto di vista della
conservazione e della diffusione della cultura minoritaria di cui sono
portatrici le comunità albanofone, sia dal punto di vista strettamente
musicale in quanto ha determinato la nascita e l’affermazione di un
genere prima inesistente, la canzone arbëreshe appunto, considerato che
l’unico tipo di espressione canora delle popolazioni arbëreshe, erano
i “viersha” storici che si tramandavano oralmente di generazione in
generazione e il cui contenuto e metro musicale erano rigidamente
fissati dalla tradizione.
Nel corso
della manifestazione, è inoltre facile constatare – e questo
rappresenta un’altra caratteristica dell’appuntamento canoro –
come il festival funga da luogo e momento di aggregazione per i
convenuti dai vari paesi albanesi, che si ritrovano come in una grande
agorà che facilita lo scambio di opinioni, di relazioni umane e
culturali, che sono poi l’essenza dell’”albanesità” intesa
appunto come appartenenza di un popolo ad una diaspora fuori da ogni
luogo e da ogni tempo che in maniera pervicace, dopo cinque secoli,
continua a preservare con tutti i mezzi un’identità storica,
culturale, religiosa e linguistica che non ha purtroppo trovato
l’agognato ricongiungimento con i “fratelli albanesi”.
Le
canzoni finaliste quest’anno erano in tutto quattordici, in
rappresentanza di molte comunità albanofone della provincia cosentina,
fra cui Spezzano Albanese, San Benedetto Ullano, San Demetrio Corone,
Plataci, Lungro, mentre non sono mancate le voci di Ururi e Portocannone
della provincia di Campobasso, due delle più distanti. Spezzano
Albanese, oltre ad essere rappresentata come sempre dai fratelli
Scaravaglione, un trio ormai ben noto e collaudato nel panorama della
musica etnica arbëreshe, quest’anno aveva un motivo in più per
interessarsi del festival, da ricercare nella decima canzone in gara
interpretata dal giovanissimo Egert Pano.
Egert
Pano, anche per il fatto che poi ha meritatamente conquistato la piazza
d’onore, dietro al gruppo vincitore «Vuxet Arbëreshe» col brano «donja
se kio këngë», era da considerare la vera grande novità di questa XX
edizione. Novità consistente nel fatto che il giovane cantautore è sì
un figlio della diaspora, ma non di quella sfuggita cinque secoli fa
davanti all’invasore turco ma di quella attuale che è sfuggita, dopo
il crollo delle ideologie, alla fame, alla miseria e allo sfacelo
economico, civile e sociale della madrepatria, affidando assieme al
padre Piro Pano le residue speranze di riscatto ad una terra che già in
passato si era mostrata generosa con una progenie su cui si è sempre
accanita la storia.
Egert,
in sostanza, è uno di quelli che oggi vengono individuati come
“extracomunitari”, che fra gli arbëresh di Spezzano Albanese, ha
saputo ricrearsi un habitat e probabilmente un avvenire, integrandosi a
tal punto da divenire un autentico arbëresh, capace di cantare la sua
storia col brano «Jam këtu», con lo stesso patos che da sempre
pervade i suoi nuovi concittadini.
Nei
versi della sua canzone ritroviamo intatto nell’esule di oggi, tutto
il dramma dei profughi della diaspora storica: «Ho trovato qui / il
calore e l’amore della gente / semplice della mia stirpe / di quelli
che da secoli, come me, / giunsero qui con la speranza / di trovare una
vita migliore».
Ed
Egert innalza il suo canto, in tutto e per tutto paragonabile al «Moj
ebukura Morèe» quando lancia il suo «Albania dove sei? / ti penso
ogni giorno / con amore e nostalgia / Patria mia, mi manchi / e molto
presto verrò da te, Arbëria».
La
nostalgia per la Patria accomuna il profugo di oggi ai profughi di ieri
e in suo nome si compie quel rito dell’accoglienza e
dell’integrazione che ritrova nel legame di sangue e nella comune
sventura gli elementi universali di una diaspora senza tempo.
Egert,
in sostanza, ha fermato il tempo. Si è trasformato da albanese in arbëresh,
comprimendo cinque secoli nello spazio di cinque anni e dando più di
una lezione a quei tanti che nutrono ancora qualche dubbio sulla potenza
e la capacità della cultura albanese e arbëresh di sfidare ancora per
molti secoli la storia, facendo della diaspora un punto di forza ed una
riserva di energia culturale, morale e civile, a cui attingere ovunque e
sempre.
Raffaele
Fera.