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Grup artistik |
"Zjarri i ri"
il Fuoco nuovo |
Gruppo artistico |
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Movimento culturale avviato negli anni '60 da don Giuseppe Faraco |

PROGRAMMA |
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Sequenze video iniziali - Immagini artistiche di Shpend Bengu |
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Autobiografia 1 |
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Valle dardare
(danza albanese) |
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Autobiografia 2 |
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E
gjithë m’e thojnë se vini kjo ditë
(popolare)
Tutti mi
dicevano che sarebbe arrivato questo giorno … … |
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Autobiografia 3 |
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Milosao, kangjeli IV
Era
d’una domenica il mattino. Il figliuol de la Nobile Signora salì da
la sua bella, per un goccio d’acqua, assetato. Ed egli la sorprese
mentre le chiome s’intrecciava, accanto al focolare, sola. Essi
s’amavano senza se ‘l dir. Poi lei, lieta la bocca nel sorriso:
“Perché” disse “ fuggi come il vento?” “M’attendono a lanciare il
disco.”
“Or
ferma, ch’io t’ho serbato due mele mature.”
E la sua
bianca orecchia d’una man sollevando il crin disciolto, l’arca de
l’altra aprì, ne tolse i frutti e a lui li mise ne la mano, accesa
nel volto come fuoco.
Dite,
giovani amanti, se più dolce è il bacio! |
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Autobiografia 4 |
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Lule të këtij sheshi (popolare – Cooperativa Musicale
Arbëreshe)
Fiori di
questa piazza, che tanta beltà ci date, di gioia ci riempite. … per
questo vi vogliamo col sole e con la pioggia. Possiate avere
bellezza! |
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Autobiografia 5 |
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Arët çë
na dhe
(A. Paloli – A. Ponte – V. Macrì)
Ti sei
sacrificato per una figlia, la lingua arbëreshe, trasformando la
sofferenza in poesia, una poesia che ci tiene uniti in questo
cammino e ci spinge a custodire il tesoro che ci hai affidato. |
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Inizio
lettera a Raffaele Zagarese |
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Mos më
harrosh, oj trim
(popolare – A. Pagliaro)
Non
obliarti di me, o giovine, nel tuo viaggio, che quanto bene t’ho
voluto non lo so. Possa restarti in mente così che al ritorno possa
tu trovarmi bella e giovine come mi hai lasciata. |
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Continuazione lettera a Raffaele Zagarese |
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Milosao,
kangjeli I
– Sequenza video con immagini artistiche di Petrit Ceno
Querce
la terra avea mutato; nuove acque s’inazzurravano, nel mare, a’
nuovi di’; ma in Tempe ancor vivea d’Anacreonte la colomba antica… …
Io, da straniera terra, a le sorelle in quella està tornato era, e
riempìa la madre del mio nome la casa. E allor sentii tutto
inondarmi di gioia, a quella simile, che a sera, prova, in letto, la
tiepida fanciulla che s’avvede del sen che le fiorisce. |
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Ku vate
moti ç’ish një herë
(popolare)
Dov’è
andato il tempo d’una volta, quando io e te ci volevamo bene. Dov’è
andato il tempo in cui mi tenevi in mente e morivi d’amore ad ogni
piccolo ritardo. Fiore, io per te impazzisco davvero. Il mio cuore
sei tu. |
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Milosao,
kangjeli II
Le vigne
eran già pallide; dal monte scese la volpe con le figlie stanche, ma
già vendemmiato era. … … Snella al fonte una vergine attingea
succinta, a un nastro candido i capelli intrecciati; la sua fronte
splendea in un pensier gentile; ed era azzurro del fazzoletto il
lembo, che dal cinto pendea toccando il suol. Di me s’avvide e si
rivolse, eretta, il sen fiorente, piena di grazia, trepida, e di
gioia.
“Mi dai,
fanciulla, un goccio d’acqua?”
“Quanta
ne vuoi, figliuolo di Signore.”
“E
figlia tu di chi sei? Sei forse d’altra terra? Chè quando, ancor
fanciullo, in Salonicco ne andai, non eran già qui giovanette tanto
leggiadre.”
Sollevò
il barile tutt’accesa nel volto: “Io son la figlia di Cologrea.”
Poi
sollevò la fronte disgelata, e camminavamo insieme, né del sentier i
penduli roveti pungevan lei, chè da la fronte sua con la man, punta
a sangue, io li scostava. Noi, quella sera, sembravam due bocche
sorridenti a un’istessa ora beata. |
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Rinë
Rinë
(popolare)
“Dove
sei andata, Rina?”
“Alla
fonte a prender l’acqua, o madre.”
“E
l’acqua dov’è?”
“O
mamma, l’orciuolo s’è rotto!” |
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Milosao,
Vjersh’i të bilës Kollogresë
Cos’è
questa gioia che è scoppiata nel mio corpo? Innocente a letto mi
svesto, e mi desto felice di svegliarmi … …. |
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Autobiografia 6 |
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Jurëndina na martohet
(G. Cacozza – A. Pagliaro)
Venite
buone genti, con doni ed alloro. E voi, donne più mature, cantate la
felicità del matrimonio. E voi, giovani fanciulle, danzate al ritmo
di tamborre e ciftelie. Brindate ed ubriacatevi, perché è un giorno
che non si può dimenticare. |
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Milosao,
kangjeli XXX
Soffiato
ha il vento delle vette, e l’ombra ha rapito alle querce. Il sangue
mio è nel fiume di Vode. O guerrieri, apritemi la tende ch’io riveda
Scutari e mia sorella, a la finestra di fronte a me. Là più non
desterommi, là, nei piani di fiori, cui movevano come un’ onda i
favoni. Torneranno la sera, i miei compagni al paesetto, ai
focolari. Io come sogno son dileguato. Non è più. |
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Jemi
një kulturë çë nëng mënd vdes
(G. Cacozza – B. Sposato)
Noi siamo quelli che
parlano col cuore in mano. Siamo il sole d’estate, la neve
d’inverno. Siamo cinquecento anni di storia e di calli sulle mani.
Siamo la casa costruita con sudori e canti. Noi siamo il pane in
tavola, il fiore sul muro. Siamo il seme che germoglia anche sulla
pietra … … Siamo una cultura che non può morire! |
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Gjella
ime vate e shkoi
(G. Cacozza)
La mia
vita è passata, come una stella cadente che illumina la notte … …
Ora che mi trovo nel letto della morte, solo, come uno straccio
perduto, lascio il saluto a tutti per ora e per sempre. Tenete Rina
come madre e sposa, Milosao come uomo d’onore, neve e pioggia, a me
granello, fiore di mandorlo in primavera. |
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Jeronim
(G. Cacozza)
… Dov’è
andato Milosao, che più non trova la sua terra? Non conosce più il
suo mondo e l’Arbëria piange. Scrivi un’altra poesia, una sola, che
lo diriga. E riparti poi da Macchia al canto dell’usignolo e paese
per paese ancor oggi mostraci come il mandorlo fiorisce.
E tu:
“Resisti, cuore, resisti!” ci dici “Quanto resiste la montagna
coperta di neve”. Quanta crudeltà ha il cuore, quanta freddezza.
Quanto sei rimasto giovane, o Girolamo! |
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